La Sindrome dell’impostore o dell’imbroglione

La Sindrome dell’impostore o dell’imbroglione

Vi è mai successo di sentirvi sopravvalutati? Di sentire di ricoprire un ruolo perché “ingiustamente” valutati, perché nessuno “vi ha posto le domande giuste, per comprendere le vostre lacune?

Avete mai sostenuto un esame universitario e preso un voto che a vostro avviso è decisamente superiore a quello ambito? (Ipotizziamo abbiate preso trenta e lode, quando la vostra media si avvicina al 30)…Avete mai passato la selezione di un colloquio, pensando di non essere meritevoli, perché non in grado di ricoprire quella mansione?… Vi è mai capitato di essere apprezzati ma di non apprezzarvi allo stesso modo?

Se vi riconoscete in una o più di queste situazioni è probabile che, come l’oltre 80% della popolazione mondiale siate incappati nella cosiddetta sindrome dell’impostore o dell’imbroglione.

Questa condizione è stata studiata per la prima volta nel 1978 da due psicologhe statunitensi Pauline Clance e Suzanne Imes che si sono ben descritte nell’articolo pubblicato  “The imposter phenomenon in high achiving women:dynamics and therapeutic intervention”. È un fenomeno anche se “comunemente chiamato sindrome”, in realtà i manuali diagnostici non riportano questa condizione come un vero e proprio disturbo, ma un fenomeno maggiormente riconoscibile alla “dissonanza cognitiva” studiata da Leon Festinger nel ’57 (a cui è dedicato un articolo e video).

Brevemente la dissonanza cognitiva altro non è che la “ percezione di una “stonatura” che il soggetto percepisce tra ciò che crede di se stesso e ciò che fa o crede. Questa stonatura provoca una malessere che deve essere sanato riequilibrando la situazione a livello cognitivo e quindi trovando una spiegazione, che talvolta si traduce in tormento.

Queste ricercatrici cliniche hanno studiato un campione di oltre 200 donne dalla comprovata e riconosciuta capacità nel loro lavoro, le hanno sottoposte a varie batterie testistiche, tuttavia i soggetti indagati non provavano intimamente e profondamente il senso e la dimensione del successo.

Infatti chi si sente impostore, nonostante gli oggettivi continui riconoscimenti esterni circa competenze e capacità, sente di non essere all’altezza del compito, di essere stato/a mal selezionato/a, oppure favorito/a.

Secondariamente in loro scatta la paura dell’essere smascherati in quanto imbroglioni. Da qui il loro vivere diventa sempre più stressante sino a poter raggiungere picchi di veri e propri burnout[1].

A causa di questa dissonanza cognitiva può accadere che tali soggetti inizino a studiare compulsivamente e a prepararsi maggiormente, ricevendo ancora maggiori riconoscimenti, che anziché confortarli e rassicurarli, non fanno altro che renderli in una posizione ancora più alta dalla quale potrebbero cadere.

Chi sono le persone maggiormente colpite da questa sindrome? Non esiste differenza fra maschi e femmine.

Decisamente gli accademici si vedono esposti anche da un punto di vista simbolico (sono un po’ ciò che personifica il più alto sapere).

I medici, i giudici, gli avvocati, i terapeuti… insomma quelle categorie che hanno a che fare con grandi responsabilità e che sono spesso esposti a dover prendere decisioni con e per altre persone.

Non sono risparmiati i religiosi che potrebbero entrare in contrasto con il proprio credo e quindi sentire questo “imbroglio” ad esempio in momenti di servizi religiosi.

Persone che rappresentano delle minoranze, poiché sentono il peso della responsabilità di un gruppo che simbolicamente affida loro un mandato.

Oppure persone che per prime in famiglia prendono una laurea o raggiungono posti apicali.

Cosa potrebbe aiutare chi soffre di questa sindrome quantomeno ad affrontarla?

Uno sguardo oggettivo ai successi: ad esempio “ho preso trenta lode all’esame”, l’impostore sminuirebbe dicendo che la fortuna ha assistito, che se le domande fossero state differenti avrebbe conseguito un voto inferiore. Mentre proviamo ad osservare la media dei voti, oppure quanto ci piace quella materia. Perché quel trenta lode può essere stato raggiunto perché la materia è stata studiata con passione.

Altra piccola strategia è quella di fare un proprio bilancio di valori, competenze e capacità, oltre alle esperienze maturate e magari confrontarsi con qualcuno super partes. (senza eccedere perché uno dei pericoli in cui incappa spesso l’impostore è quello di cercare conferme da parte degli altri).

The last but not the least imparare a fare i conti con ciò che realmente ci interessa e desideriamo. Crepet cita David Bowie dicendo “never play for the odiens”, non fate le cose per compiacere gli altri, chiedetevi quanto rispondo al vostro desiderio e suonate per divertirvi, non per compiacere. Non strafare per compiacere o compiacersi. Anche imparare in modo educato ed assertivo a dire no talvolta porta del benessere, anche se può costare farlo, non è di certo una rinuncia, ma un tutelarsi.

BIBLIOGRAFIA

Festinger, L. (1957). Dissonance cognitive. Scientific American © 1962 Scientific American, a division of Nature America, Inc.

Mann, S. (2021) La sindrome dell’impostore. Perché pensi che gli altri ti sopravvalutino

Zoppè, M. (2015). Scienza, genere e società. Prospettive di genere in una scienza che si evolve 85 A cura di S. Avveduto, M. L. Paciello, T. Arrigoni, C. Mangia, L. Martinelli CNR-IRPPS e-Publishing

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Psicologa Ilenia Scaglia

Psicologa, Psicologa clinico, Professional counselor

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